“Piacere, Francesco”. “Piacere, Sara”. “Io art, tu?”. “Io copy”. Ed è già amore. Sì perché prima ancora di conoscere le loro passioni, quale sia il cibo preferito, dove vivono e quanti anni abbiano, loro sono art e copy. Non lo fanno, lo sono. E sono complementari. Nel loro immaginario sono già alla convivenza e stanno parlando di bambini, ma con cautela.

 

Chiaramente sto scherzando, ma neanche troppo. Prendiamo l’art, ad esempio (al copy arriverò prossimamente). Provo prima di tutto a definirlo: è quella figura professionale dedicata alla creazione del concept di comunicazione di un prodotto o servizio. Ne definisce la parte visiva e costruisce la grammatica necessaria per declinare l’idea su tutti i media previsti e acquistati dal cliente. Questa definizione non è assoluta e uguale per tutte le realtà. A seconda delle dimensioni dell’agenzia per la quale lavora, o se addirittura lavori in proprio, l’art può occuparsi solo dell’idea e dell’impostazione visiva, come può arrivare a fare tutto, persino il documento definitivo pronto per la stampa.

 

C’è però un modo di pensare che è simile in tantissimi art: lui, o lei, non sente di fare la professione dell’art, lo è. Ragazzi, art è arte senza la e! Significa detenere i super poteri della creatività e del buon gusto. Una cosa per pochi illuminati, insomma.

 

Eppure ti dico che tutto si gioca in quella “e”. E’ proprio negli aspetti meno artistici che puoi individuare l’art realmente competente. Di quali aspetti sto parlando? Di quelli commerciali. Insomma: vendere.

 

Quando un art ti ha presentato il suo lavoro (che tu sia un Direttore Creativo, un Project Manager o un Imprenditore), l’avrai spesso sentito motivare le sue scelte con frasi tipo “layout pulito”, “visual d’impatto”, “è un font che va molto adesso”… nei momenti più entisuastici ti avranno detto “con questa campagna ci possiamo vincere un premio!”.

Ma quante volte, invece, ti sei sentito raccontare dall’art quale percorso cognitivo abbia deciso di far fare al cervello di chi guarda il progetto (che sia una campagna, un sito o un post sui social)? Oppure in quale successione abbia voluto attivare il cervello istintivo, quello emozionale e quello logico razionale? E quali le distorsioni psicologiche messe in campo, in modo etico, per portare l’utente a compiere l’azione oggetto della campagna?

Ho buona ragione di pensare che ti sia capitato raramente. Forse mai. Eppure sono regole fondamentali per ritenersi professionisti della comunicazione.

Se anche tu senti il desiderio e la curiosità di approfondire e acquisire questi strumenti, seguimi. Ti cambia tutto!

 

Ah, mi stavo quasi scordando.

Mi chiamo Marco, e sono un art.